Studi sulla Sorveglianza

Italian Group on Surveillance Studies

“Troppe spie” Il mondo rivuole la sua privacy

Posted by studisullasorveglianza on October 3, 2008

LA DENUNCIA AL FESTIVAL DEL DIRITTO  ”Troppe spie” Il mondo rivuole la sua privacy    Da Internet agli autovelox ai  telefoni intercettati. L’allarme dei giuristi: “Così la società si   suicida”

PAOLO COLONNELLO  da “La Stampa” di giovedì 26 settembre 2008.

Dalla carta fedeltà del supermercato ai dossier dello scandalo Telecom. In fondo non c’è poi molta differenza tra il controllo degli strateghi del marketing sulla nostra spesa e quello effettuato dalla Security dell’azienda di telecomunicazioni sui  propri dipendenti. Sono due aspetti della stessa medaglia: la  necessità di informazioni e la mancanza di fiducia che stanno alla base di quella che viene definita ormai «la società della  sorveglianza».

Paura globale. E visto che le relazioni sociali si basano essenzialmente sulla  fiducia reciproca l’ossessione attuale per una sicurezza che sia   il più possibile garantita – quanto effimera – rischia di farci  sottovalutare il problema e di andare incontro a «un suicidio della  società».E’ uno degli scenari prospettati dalla relazione che il  professor David Lyon, docente della canadese Queen’s University e  massimo esperto mondiale del settore, presentati domenica scorsa alle 11 presso l’Auditorium fondazione di Piacenza e Vigevano, nell’ambito del Festival del Diritto, kermesse dedicata alle leggi che regolano e trasformano la nostra vita. Iniziativa partita ieri in quel di  Piacenza, promossa dall’editore Laterza e dal «Sole 24 Ore», con il coordinamento scientifico di Stefano Rodotà, e che vedrà la partecipazione di giuristi, giornalisti e esperti di ogni campo.  Tra i temi affrontati, che vanno dall’Europa alla famiglia, dalla  salute all’alimentazione, uno dei più interessanti e attuali è forse proprio quello dedicato alla «società della sorveglianza».   «Che non è più un’ipotesi del futuro ma la vita di tutti i giorni», dice Lyon. Il «Grande Fratello», come se lo immaginava Orwell nel suo «1984», è ormai fantasia ampiamente superata dai fatti, e può  giusto titolare un programma tivù.

La tecnologia e la pervasività dei suoi strumenti, la verifica ossessiva di tutti gli aspetti della nostra vita – dalle intercettazioni telefoniche, ai conti bancari, agli autovelox – il nostro essere controllati e al tempo stesso controllori (vogliamo sapere qualcosa di qualcuno? Basta digitare un nome su Google o su  Facebook) ci sta cambiando e cambia le nostre abitudini più di quanto noi stessi ci possiamo accorgere.

Troppe diseguaglianze «Purtroppo la sorveglianza porta a grossolane diseguaglianze – dice  Lyon – che vengono esacerbate attraverso le catalogazioni delle distinzioni di censo, di razza, luogo di nascita e cittadinanza. Inoltre il modello di sorveglianza intrapreso finora ci sta  portando in un mondo nel quale verremo sempre meno creduti e dove, amplificando il sospetto, si mette in pericolo la coesione sociale e la solidarietà». Fino a rasentare il paradosso, come quando dotiamo di cellulare i nostri figli per «controllarli»: «E’ un sintomo di mancanza di fiducia. Alcune di queste cose vengono pensate per prudenza ma non è facile capirne il limite». Gli effetti non sono piacevoli. Oltre ad aumentare la sfiducia  verso il prossimo (per non parlare dello straniero e del diverso) al tempo stesso diminuiscono i parametri di valutazione interpersonale: i nostri comportamenti non vengono più soppesati da un collega, un superiore, un individuo in genere, ma da una videocamera, una striscia elettronica, un computer che conoscono i nostri gusti e le nostre abitudini più di noi stessi. Conviviamo con la «sorveglianza» 24 ore su 24 e non ce ne accorgiamo nemmeno più.
Alcuni controlli, scrive Lyon, appartengono ormai alla nostra routine, come quando prendiamo una multa per essere passati col rosso mentre in giro non c’era nessuno tranne la telecamera. «Di
fatto si appartiene a un sistema di controlli che ormai sta alla base della nostra esistenza» e che è la cifra del mondo nel ventunesimo secolo. La privacy diventa così un concetto assai astratto, tutto da rivedere. «Tanto più – scrive Lyon – una società si sviluppa con criteri moderni, necessariamente aumentano i controlli sulle azioni che compiamo». E non è detto che la sorveglianza eccessiva raggiunga sempre i suoi obiettivi, vedi la lotta al terrorismo, anche se «bisogna ammettere che ci fa stare più tranquilli, favorendo così l’economia e lo sviluppo». Come in una dittatura Ma è un bene o un male? C’è chi vede in tutto ciò, spiega Lyon, un  enorme complotto di forze oscure che richiama totalitarismi o sistemi dittatoriali. Chi invece attribuisce al sistema dei controlli una razionalizzazione delle dispersioni burocratiche e quindi un progresso verso un’amministrazione efficiente della vita. In realtà lo strumento del controllo è neutro. Prendiamo ad esempio il Telepass: può servire a controllare i nostri spostamenti ma al tempo stesso è innegabile che aiuti a snellire le code e a migliorare il traffico. Dunque, dipende da noi e da come ci sapremo organizzare pretendendo leggi e regole sicure sui professionisti  della sorveglianza e la trasparenza dei controlli se il sistema ci  aiuterà o diventerà uno strumento di oppressione.

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